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Intervista esclusiva a Shinya Tsukamoto


 
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Nome di punta del cinema giapponese degli ultimi trent'anni, Shinya Tsukamoto è un Maestro del fantastico che nei suoi film ha riflesso tanto la passione per la tradizione dei mostri quanto la voglia di esplorare le ossessioni dell'animo umano – al punto che le sue più recenti pellicole prendono pure le distanze dal genere. Sebbene la sua opera sia più spesso ricondotta al filone cyberpunk di cui il suo Tetsuo resta una delle testimonianze cinematografiche più autorevoli, la sua figura si iscrive anche in quella cerchia di nomi che a vario titolo hanno avuto a che fare con Godzilla (basti pensare alla più recente esperienza d'attore in Shin Godzilla).

L'occasione per discutere con l'autore dei percorsi che lo hanno legato alla tradizione del fantastico nipponico (e anche di celebrare con lui il trentennale di Tetsuo) è arrivata lo scorso 28 Maggio, quando Tsukamoto è stato ospite dell'ottava edizione di Registi fuori dagli sche(r)mi, la rassegna pugliese curata da Luigi Abiusi, critico cinematografico e direttore della rivista Uzak. L'appuntamento, che si svolge presso il Cineporto di Bari, è infatti dedicato a opere e autori scarsamente considerati dalla distribuzione italiana e che invece costituiscono una serie di testimonianze inestimabili sulla vitalità del cinema odierno. Un ritratto cui la figura di Shinya Tsukamoto aderisce perfettamente.

Vogliamo perciò rivolgere un ringraziamento particolare a Luigi Abiusi che ci ha permesso di intervistare Shinya Tsukamoto, con cui abbiamo affrontato vari argomenti della sua opera. A voi invece il nostro auguro di buona lettura!

 

Signor Tsukamoto, in passato ha dichiarato che una delle sue passioni da bambino era la serie televisiva Ultra Q, che in Italia non è mai arrivata. Ce ne può parlare?

Quando andava in onda la serie avevo all'incirca sei anni e costituisce uno dei miei primi ricordi legati alla narrazione per immagini. Allora non avevo ancora maturato una mia idea di cinema, e mi colpiva la struttura delle puntate in cui gli elementi fantastici e assurdi scaturivano all'improvviso dalla vita quotidiana. Questo aspetto ha avuto un forte impatto su di me e mi ha spinto a interessarmi a narrazioni di impronta surreale.

 

Da quel che sappiamo in Giappone Ultra Q è considerata una serie fondamentale nella storia della televisione, ce lo conferma?

In realtà l'impatto all'epoca non fu particolarmente grande, è una serie che ha goduto soprattutto di una riscoperta a posteriori, tanto che oggi è disponibile nei formati digitali e il pubblico continua a vederla e amarla.

 

Una personalità sicuramente fondamentale è comunque quella di Eiji Tsuburaya, che produceva la serie con la sua società. Trova che la sua figura sia stata di ispirazione per il suo approccio al fantastico?

Sicuramente, Tsuburaya ha rappresentato l'origine di tutto quello che è legato ai kaiju e al cinema fantastico giapponese, quindi la sua eredità rappresenta un valore indiscutibile per chiunque si approcci al genere.

 

Nonostante questo, però, l'uso degli effetti speciali che Tsuburaya faceva nei suoi film era legato alla “fuga della realtà”: lo spettatore era portato a confrontarsi con mondi fantastici e creature leggendarie e come diceva anche lei dalla quotidianità si passava all'assurdo. Al contrario, trovo che nei suoi film l'effetto sia invece orientato a “tornare nell'umanità”, lei lo usa in senso espressivo per raccontare le ossessioni dell'animo umano. È d'accordo con questa distinzione?

L'elemento del cinema di Eiji Tsuburaya che mi ha ispirato maggiormente è la trasformazione, che io ho cercato però di declinare in modo più personale, descrivendo l'unione fra il corpo umano e quello meccanico. Quindi ho voluto staccarmi dalla tradizione del robot o del cyborg per avvicinare di più questo immaginario alla realtà del corpo di carne. In questo ravviso senz'altro un elemento di differenza.

 

La trasformazione in effetti è uno degli elementi che per primi si evidenziano nel suo cinema: già uno dei suoi primi lavori in Super 8, The Phantom of Regular Size - Futsû saizu no kaijin, mostrava un uomo che diventava un mostro per poi scagliarsi contro i cittadini di Tokyo. La mutazione ritorna poi anche in opere come Tetsuo. Vorrei approfondire il concetto e capire perché l'affascina tanto.

La trasformazione è una componente che nel cinema fantastico ha sempre giocato un ruolo di primo piano: anche nella tradizione occidentale ci sono creature come il lupo mannaro legate all'idea della mutazione. Mi viene in mente pure il video di Michael Jackson, Thriller, che all'epoca mi ha colpito parecchio. Quindi nel confronto con il fantastico era un elemento che mi attraeva per la sua lunga storia e per la versatilità, che permette di affrontare vari registri espressivi. Così ho cercato di utilizzarlo in modo personale, ragionando anche sulla fusione del corpo e della macchina e sull'elemento della sessualità.

 

 

Quel suo primo lavoro in Super8 ci risulta non sia uscito in home video (potete vederlo qui sopra, ripreso da YouTube ndr), c'è speranza sia recuperato?

Purtroppo i materiali originali non sono in buono stato, servirebbe molto lavoro e anche dei finanziamenti importanti per riportarlo a una forma buona per la distribuzione. Il mio lavoro successivo, L'avventura del ragazzo del palo elettrico, per fortuna è invece disponibile e ripropone alcuni dei temi di quell'opera precedente.

 

Certo, così come molto confluisce in Tetsuo, di cui ricorre quest'anno il trentennale. Ci può raccontare com'è nato?

Come dicevo prima, l'elemento della trasformazione è stato il primo ad attrarmi. All'epoca non esisteva ancora una definita scena di film cyberpunk, ma il filone riusciva comunque a emergere all'interno di vari lavori. Penso all'opera di David Cronenberg, ad esempio, che è stata una fonte di ispirazione per noi che abbiamo affrontato il genere, possiamo considerarci artisticamente tutti suoi “figli”. Un altro nome che mi viene in mente è Dario Argento, per come univa violenza e desiderio. Così, durante la lavorazione di Tetsuo ho seguito le ispirazioni e affrontato i temi che trovavo più interessanti: in questo modo ho avuto la percezione di stare facendo qualcosa di diverso rispetto allo scenario esistente.

 

Quali problemi ha comportato la lavorazione del film?

Le difficoltà principali erano legate al budget che era molto basso, quindi ho dovuto fare di necessità virtù, utilizzando tutto quello che riuscivo a trovare e in questo modo mi sono accorto che riuscivo a determinare comunque un'estetica funzionale. La lavorazione è durata molto e un'altra delle difficoltà cui ho dovuto far fronte è stata la capacità di mantenere il controllo sui collaboratori, perché lo stress remava decisamente contro. In alcuni casi dovevo isolarmi completamente per riuscire a mantenere la lucidità necessaria e questo aspetto mi faceva soffrire.

 

Gli effetti speciali del film sono stati realizzati direttamente da lei?

Tetsuo è stato un lavoro di squadra, ho cercato di coinvolgere sempre tutto lo staff e quindi non abbiamo avuto un responsabile unico degli effetti speciali, ognuno apportava del suo, anche procurando i materiali necessari alla resa del film. Le soluzioni venivano vagliate e discusse all'interno di lunghi brainstorming.

 

Sappiamo che da anni progetta anche di realizzare un vero kaiju eiga: quali aspetti del genere vorrebbe esplorare?

È vero, è un progetto che coltivo da anni e anche per questo preferisco non anticipare dettagli sull'idea. Sicuramente si tratta di un tipo di film che rientra nel genere e che vedrebbe opposti un kaiju “eroe” contro uno “cattivo”. Il resto lo vedrete sullo schermo, se riuscirò a realizzarlo.

 

Un piccolo kaiju eiga, però, lo ha realizzato davvero: è il cortometraggio Abandoned Monsters per il ciclo Venezia 70: Future reloaded (potete vederlo qui sotto, nrd). Come lo ha pensato e realizzato?

(ride) L'idea è partita da mio figlio, che è un grande appassionato di kaiju eiga. Così ho pensato di realizzarla insieme a lui: la sceneggiatura e la realizzazione del mostro e del robot di cartone sono sue, io mi sono concentrato sulla struttura d'insieme, cercando di dare un'impronta più definita all'idea, e lavorando sul montaggio. Sono contento che lo abbiate notato. Un'altra mia idea è il “continua” finale, mi piaceva trasmettere il concetto che queste storie passeranno alle nuove generazioni perché le portino avanti. Dopotutto, in forma più seria, il tema del futuro che stiamo lasciando ai nostri figli è centrale anche negli ultimi film che ho realizzato, come Nobi o Zan.

 

 

Ci parli adesso della sua esperienza di attore in Shin Godzilla. Come è stato coinvolto?

È stato uno dei due registi, Shinji Higuchi, a chiamarmi. Inizialmente non avevo capito bene che tipo di personaggio avessero in mente. L'indicazione che mi aveva dato l'altro regista, Hideaki Anno, infatti, è stata solo una: dovevo adottare un tipo di recitazione molto veloce e concitata. Così ho imparato letteralmente in corsa che tipo di ruolo avevo nella storia, l'importanza del personaggio e questo mi ha permesso di restare coinvolto appieno nella lavorazione.

 

Da persona che ha sempre lavorato sul concetto di mutazione che ne pensa del design dello Shin Godzilla, che appare molto diverso da quello tradizionale del sauro?

È vero e ci sono alcuni particolari molto interessanti, come le zampe anteriori deformi, con i palmi rivolti verso l'alto. La bravura degli autori è stata inserire questi aspetti all'interno di una forma che resta comunque legata a quella della tradizione, per cui l'insieme risulta molto ben fatto.

 

Shin Godzilla ha un approccio particolare rispetto alla tradizione anche per la serietà delle sue tematiche, che ricorda il tono del primo Godzilla, un film drammatico legato alla bomba atomica. In altri film, invece, la saga si è indirizzata verso un pubblico più giovane. Oggi in Giappone come viene percepito il kaiju eiga, come un genere buono soltanto per i ragazzi o come un tipo di cinema importante, capace di affrontare tematiche mature?

È difficile dare una risposta univoca. Allo stato attuale il genere si articola su più fronti, alcuni prodotti sono indubbiamente indirizzati soprattutto ai giovani, ma trovano spazio anche produzioni serie in grado di veicolare tematiche importanti o di mostrare scene più violente, che in questo modo riescono a coinvolgere un pubblico più adulto. Shin Godzilla ne è certamente un esempio.

 

La sua opinione sul film qual è?

Inizialmente sono stato spiazzato dalla poca presenza di Godzilla nel film, ma poi ho capito che invece questo ha creato un clima di anticipazione che rendeva più forti i momenti con il mostro. La prova finale l'ho avuta con mio figlio, che come spiegavo prima è un grande appassionato del genere e ha amato molto il film. È un'opera molto affascinante.

 

Altre persone che abbiamo intervistato affermano che il film può essere compreso soltanto da chi vive in Giappone, per la particolare sensibilità che ne traspare e il legame con l'attualità del paese. Lei è d'accordo?

Non saprei, come ho già accennato credo si sia riusciti a trovare una buona sintesi fra tradizione e modernità, infatti il film è stato venduto in tutto il mondo.

 

In questi giorni nelle sale esce un nuovo film della saga, stavolta di produzione americana. Secondo lei perché il pubblico di tutto il mondo continua a essere affascinato da Godzilla?

(ride) Il segreto di Godzilla è un mistero che non riesco a decifrare nemmeno io. Forse dovrei essere io a intervistare voi per capire perché dall'altra parte del mondo continuano ad amare tanto il personaggio!