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Intervista esclusiva a Carlo Cosolo


 
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Proseguono i nostri incontri con le personalità italiane che, a vario titolo, hanno avuto a che fare con Godzilla e hanno favorito la fruizione dei suoi titoli presso il grande pubblico nostrano. Quest'oggi torniamo in territori legati al doppiaggio perché abbiamo il piacere e l'onore di ospitare Carlo Cosolo, voce rimasta nel cuore di molti per personaggi come Sberla in A-Team o Joe in Groizer X (rimandiamo al sito di Antonio Genna per l'elenco completo dei suoi lavori).


Il motivo della sua presenza su Fantaclassici è data dal fatto che, da molti anni, Cosolo è attivo soprattutto come adattatore, dialoghista e direttore del doppiaggio, ruolo in cui è ormai una delle figure più autorevoli del settore. A lui si devono infatti le edizioni italiane di saghe importanti come gli ultimi Star Wars, Transformers, Mission: Impossible, Pirati dei Caraibi, Animali fantastici, Uomini che odiano le donne e molti altri. E nel corso di una variegata carriera, il nostro si è occupato anche di Godzilla!

Sua infatti è l'edizione italiana del Godzilla di Gareth Edwards, per il quale ha ancora una volta ricoperto il triplice ruolo di traduttore, adattatore e direttore del doppiaggio.

La chiacchierata che vi andiamo a presentare, sebbene incentrata sul film, abbraccia a più largo raggio i passaggi di lavorazione di titoli di grosso calibro in Italia e, provenendo da una delle figure più prestigiose del doppiaggio, crediamo potrà interessare appassionati e non. Ringraziamo Carlo per la grande disponibilità dimostrata e auguriamo a tutti buona lettura!

 

Ciao Carlo e benvenuto su Fantaclassici. La tua voce per noi è legata a serie mitiche come Groizer X o A-Team, senza dimenticare il cinema, ad esempio di recente sei stato il Teschio Rosso nel primo film di Capitan America. Raccontaci invece come hai maturato la decisione di passare alle direzioni del doppiaggio.


In verità non saprei dirti se diventare direttore di doppiaggio fosse sin dall'inizio la mia aspirazione. Ho un'estrazione d'attore, ho fatto l'Accademia d'Arte drammatica e il mio è stato il classico iter (almeno per i tempi) di chi veniva da quel percorso: ho iniziato in teatro e poi con il doppiaggio. Negli anni Ottanta c'era tanto lavoro e si conoscevano attori fantastici come Riccardo Garrone, Anna Marchesini o Massimo Dapporto (con Anna e altri eravamo stati anche compagni all'Accademia). Nella mia prima serie, Hazzard, c'erano Flavio Bucci e Lino Capolicchio, tanto per essere chiari. Si correva parecchio, ma la qualità era comunque alta. Esaurito quel momento, intorno alla metà degli anni Novanta, ho cominciato con i primi film importanti come dialoghista, ad esempio Donnie Brasco (al quale resto molto legato), Heat – La sfida o Copland, solo per citarne alcuni. Il passaggio alla direzione è nato dalla volontà di seguire i miei dialoghi in sala, come proseguimento del lavoro fatto, per curare fino in fondo quei film che erano belli e importanti. Oggi come doppiatore faccio molto poco, mi sento ormai “dall'altra parte del vetro”. Naturalmente ci sono delle eccezioni, come Teschio Rosso che hai citato: lì ho lavorato con Marco Guadagno, che era il direttore del doppiaggio e che è un amico e una persona che stimo professionalmente, quindi ho accettato molto volentieri.

 

Il tuo passato di dialoghista si nota perché, anche ora che dirigi i doppiaggi, continui a curare l'adattamento delle edizioni. Possiamo approfondire ulteriormente questo aspetto?


Il dialogo è la base del doppiaggio e quindi è importante che sia curato con attenzione. Infatti ho iniziato a fare il dialoghista perché notavo che in sala – ad esempio in serie come A-Team – arrivavano dei testi che non funzionavano o che non permettevano di mantenere bene il sync. Così davo suggerimenti e un giorno mi è stata fatta la classica domanda: “allora se sei così bravo perché non li fai tu?”. E da lì ho iniziato, sono partito dalla traduzione dall'inglese, che curo sempre insieme all'adattamento, e ci tengo a questo aspetto. Dall'anno scorso, infatti, curo un master per traduttori all'università di comunicazione UILM di Milano su adattamento, sottotitolaggio e localizzazione dei videogiochi. Sono convinto che traduttore e adattatore debbano essere la stessa persona, la sensibilità deve essere molteplice. Bisogna saper coprire e conoscere traduzione, recitazione e sincronizzazione. Naturalmente è difficile convogliare tutti questi aspetti in una sola persona, ma tendenzialmente ci si prova.

 

Lo spunto che ci offri del “saper fare tutto” ci porta a un'altra domanda: da varie testimonianze che hai rilasciato nel tempo sappiamo che sei molto scrupoloso nell'adattamento, e ti informi sulle storie e le saghe su cui ti trovi a lavorare. Questo è un aspetto molto interessante perché di solito uno dei problemi che viene imputato a chi cura le edizioni italiane è proprio la scarsa conoscenza degli argomenti trattati. Parliamo quindi del tuo metodo di lavoro.


È vero, sono molto scrupoloso e per questo cerco di fare in modo che i lavori non si accavallino: posso avere due film contigui, ma difficilmente contemporanei. Credo ci si debba calare interamente nel “mondo” di quel film, in rispetto al grande lavoro di preparazione che c'è dietro queste pellicole. Certo, può essere un aspetto semplicemente accessorio, ma per me non lo è: se un film è tratto da un libro lo leggo, così come un fumetto. Di solito ormai leggo in inglese, ma faccio anche attenzione, se il libro è stato tradotto, a mantenere i termini chiave – a volte mi interfaccio anche con il traduttore letterario. Questo fermo restando che film e romanzi sono cose diverse.

 

E come si riesce a mantenere questo livello qualitativo, in un mercato che sappiamo spingere sempre più a lavorazioni frettolose per ridurre i tempi?


Lo sviluppo della tecnologia in effetti avrebbe dovuto aiutarci a ridurre i tempi – cosa che in parte ha fatto perché l'accesso alle informazioni è più veloce – ma purtroppo molto è stato invece finalizzato più alla fretta della consegna che alla qualità del lavoro. Cerco di non lasciarmi trasportare troppo dalla carenza di tempo e di riuscire ad approfondire tutto il necessario.

 

Un'attenzione che paga, però, visto che sei diventato un veterano delle saghe: da Transformers a Star Wars, ai più recenti Animali fantastici...


Sì, anche se per quanto scrupoloso puoi essere, alla fine gli insulti non mancano mai, e vengono da gente che non conosce i retroscena e le difficoltà legate al lavoro sulle edizioni italiane. Intendiamoci, è anche giusto che alla gente non interessi, si giudica il prodotto finale, ma l'insulto gratuito è inaccettabile e oggi va molto di moda, soprattutto su internet che è diventato un mondo di haters. Col tempo ci ho fatto un po' il callo, ma resta un problema che va anche al di là del doppiaggio. Per il resto continuo per la mia strada, ora sto lavorando a Shazam e anche qui mi sono informato sul supereroe, ho letto i fumetti, è un'esigenza che nasce anche dalla mia curiosità. Ogni volta è una fonte di ispirazione, di novità, di possibilità di imparare. Alla fine faccio un lavoro divertente e la sfida è fare in modo che tale rimanga, che non sia rovinato dalle varie ingerenze.



(Carlo Cosolo, dal suo profilo Facebook)


Sempre a proposito di saghe, una volta che ti sei informato, quali altre difficoltà comporta il lavoro su titoli di così grande calibro?


Inizio dal vantaggio: per titoli così sei sotto pressione, ma ti vengono concessi tempi di lavorazione più “umani”. Le difficoltà sono legate alle dinamiche del sistema, perché ti arrivano tutta una serie di “preliminari” (si chiamano così) su cui inizi a lavorare, ma poi ti cambiano le battute, o ti spostano le scene... e tu devi sempre correre appresso! Transformers: L'ultimo cavaliere, ad esempio, lo abbiamo finito all'una di notte, tre giorni prima che uscisse. Quella saga poi è un caso davvero particolare perché Michael Bay è un regista genialoide, che cambia idea in continuazione, anche all'ultimo momento.

Poi c'è il problema della sicurezza: vedi il film una volta sola e poi non lo vedi più, lavori su copie completamente nere, su dialoghi provvisori, che a volte si sentono male. Quindi non senti e non vedi, o magari ti compaiono solo le bocche, mentre tutto il resto è offuscato e devi ricordarti che succede in quel momento. Ora si sono inventati anche gli “spoiler”, ovvero film in cui mancano delle scene fondamentali – ad esempio è successo con Il risveglio della Forza, dove il famoso “colpo di scena” di Han Solo non c'era, per evitare che si sapesse. Altre volte mancano dei dialoghi e c'è una persona che parla ma non quella che le risponde e devi ricordare cosa si dicevano. Ormai dopo tanti anni sono abituato, mi sono specializzato, ma è davvero molto complicato. Per fortuna, essendo direttore, traduttore e adattatore, a volte seguo anche il mix e la sincronizzazione, quindi un po' avere questo interesse “globale” mi aiuta.

Infine è faticoso confrontarsi con le varie fanbase, che spesso vivono queste storie a livello di malattia. Ci tengo a ribadire che rispetto i fan, voglio che questo sia chiaro, e il mio discorso si rivolge alle frange più estremiste, perché poi c'è anche gente che per fortuna si gode le storie in serenità.

 

Anche il Godzilla del 2014 è l'apripista di una saga (o meglio un universo, come si usa dire oggi): come sei arrivato alla direzione del film?


Ci sono arrivato attraverso la distribuzione, ovvero la Warner Bros Italia, che a questo livello decide a chi assegnare i titoli per la direzione del doppiaggio e l'adattamento. È successo con Godzilla, ma in generale va così un po' con tutti i film. Poi si sarà anche sparsa la voce che sono specializzato in questo tipo di film catastrofico-fantascientifici, tanto che ormai non riesco quasi a fare più un film “normale” (ride).

 

Naturalmente la domanda viene da sé: a prescindere dal fatto di doverci lavorare per il doppiaggio, conoscevi Godzilla? E c'è stato un lavoro di documentazione particolare per il film?


Chi non conosce Godzilla? Soprattutto per noi persone anziane fa parte del nostro immaginario, insieme a King Kong e ai dinosauri. D’altra parte, anche per questo motivo, non ho fatto un particolare lavoro di preparazione, ma mi sono comunque andato a vedere un po’ di film vecchi, tanto per entrare nel mood, diciamo.

 

Una curiosità: praticamente in ogni film che dirigi fai un cameo vocale, anche Godzilla non ha fatto eccezione (lì sei Al Sapienza). Come scegli di volta in volta quali personaggi doppiare?


In realtà non c'è una regola, anzi confesso che non ricordavo di aver fatto un personaggio in Godzilla. Di solito faccio questi “personaggetti” di pochissime righe quando penso di essere giusto, senza dover fare troppe ricerche. Penso sia un piccolissimo valore aggiunto al film e mi risolve il problema di distribuire un piccolo personaggio che posso gestire con più tranquillità. Di sicuro non lo faccio per arrotondare (ride)! In un paio di casi l'ho dovuto fare anche per ripiego: o perché l'attore non si era presentato o perché non era adatto a quel tipo di personaggio. Quindi diciamo che sono scelte per facilitare le lavorazioni. Solo in Uomini che odiano le donne mi sono trovato a fare un personaggio secondario “importante”, perché la distribuzione non era soddisfatta dei provini (e ne abbiamo fatti tanti) e quindi l'ha proposto a me. D'altra parte preferisco non fare direzione e recitazione insieme per concentrarmi sulla prima che, come si sarà capito, mi costa molta fatica.




(una foto di Al Sapienza, che in Godzilla recita il ruolo di Huddleston)

Prima citavamo le copie dei film “coperte” o incomplete sul versante degli effetti speciali. Per Godzilla si è verificata una situazione di questo tipo?


Nel caso di Godzilla no, anche perché alla Warner tendono a essere molto attenti su questo versante. Chiaramente per film di questo tipo, il problema non è comunque troppo rilevante: in soldoni, cambia poco se vedi o meno il mostro o se al suo posto c'è un disegno ancora abbozzato. Diventa invece grave quando la copertura non ti fa vedere le scene dialogate! E naturalmente è grave per me che dirigo, come per gli attori che, a volte, non ci sono abituati. Per fortuna ormai la cosa è abbastanza sdoganata, ma i primi tempi sono stati veramente duri.

 

Quindi hai potuto lavorare serenamente!


Sì, seguendo il classico iter: la produzione invia i materiali, ovvero le colonne musica/effetti, i dialoghi separati (quelli che si chiamano “dialogue stem”) e lo stem “optional” con i fiati, i versi, i brusii, le risate. Quando il film arriva è sostanzialmente “scomposto”, e più lo è, più hai la possibilità di tenere delle cose in originale, e questo mi piace molto. Preferisco tenere tutto quello che posso in originale, senza cercare una voce somigliante solo per riprodurre una risata o un verso. Questo anche perché, per me, “il Film” è quello originale, a quello bisogna avvicinarsi nel massimo rispetto possibile e non credo a chi dice che le altre versioni, nella fattispecie quella italiana, possano “migliorarlo”. Non intendo sminuire il nostro operato di doppiatori, anzi questo aspetto aumenta il prestigio del nostro lavoro, perché intervenire su prodotti di quel livello ci deve riempire di orgoglio.

 

Hai avuto a che fare direttamente con il regista Gareth Edwards?


Non in quel caso, l'ho conosciuto invece per Rogue One (che era molto coperto, ma quella è la prassi di Star Wars). Lui è una persona adorabile e molto alla mano.

 

Il successivo capitolo del MonsterVerse è Kong: Skull Island, che non hai diretto tu. Sembra quindi che in questo caso non si seguirà la linea di affidare tutto a un solo direttore (prima citavi Marco Guadagno, che ad esempio dirige praticamente tutti i film dei Marvel Studios, pensavamo a una situazione del genere). Sai a cosa è dovuta questa scelta?


La Warner ha il suo supervisore che controlla le lavorazioni e quindi tocca a lui tenere i “fucili puntati” e controllare tutto. Di fatto, siccome spesso il direttore non è anche l'adattatore, la figura che controlla non è chi poi si occupa materialmente del doppiaggio. Certamente chi cura l'adattamento, se ha un minimo di deontologia professionale, va a controllare cosa è stato fatto prima, ma credo che per personaggi simili (come Godzilla o Kong) che sono icone dell'immaginario, più che veicoli di una storia, non sia necessario mantenere sempre lo stesso team.

 

Ma tornerai invece per Godzilla II?


Mi ricollego a quanto dicevi prima, questo di Godzilla lo considero più strettamente un “universo”, perché per me il termine “saga” indica film in cui segui una storia divisa in parti (come può essere Star Wars appunto). Faccio questa piccola premessa non per puntualizzare cose su cui non ho la vostra competenza, ma semplicemente per dire che non essendoci un legame molto stretto fra le storie delle varie pellicole, il prossimo film (Godzilla II – King of the Monsters appunto) non lo dirigerò io. D'altra parte quest'anno mi sto già occupando di due film Warner e loro per primi, giustamente, preferiscono non concentrare troppo il lavoro. Allo stato attuale il film non è stato ancora lavorato, magari poi mi farete sapere com'è andata.