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Intervista esclusiva a August Ragone


 
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Dopo la recensione che vi abbiamo proposto qualche giorno fa, proseguiamo il nostro approfondimento sul bellissimo libro Eiji Tsuburaya: Master of Monsters.

Volendo “entrare” più in profondità nei segreti del volume, abbiamo infatti sentito direttamente l'autore, August Ragone, che i nostri lettori già conoscono in quanto gestore del blog The Good, the Bad and Godzilla, da noi spesso usato come fonte per le nostre news e non solo, data la sua lunga collaborazione con varie realtà editoriali americane, che lo hanno reso una delle personalità più autorevoli in materia di fantasy nipponico, come potrete leggere.

L'intervista, essendo stata condotta in inglese, è pertanto la prima a essere proposta in formato bilingue, prima in italiano e poi a seguire in “versione internazionale”. Ringraziamo August per la sua completa disponibilità e, prima di augurarvi buona lettura, invitiamo tutti a non perdere il suo libro e a seguire i suoi aggiornamenti sul blog o su Facebook.

Si ringraziano David Spada e Andrea Gigante per la collaborazione fornita.

 

Benvenuto su Fantaclassici, August! Per iniziare, ci puoi raccontare il tuo primo incontro con Godzilla e come è iniziato il tuo interesse per il kaiju eiga?

Grazie a voi per questa opportunità! È iniziato tutto negli anni della prima infanzia, quando, come molti maschietti, ero interessato ai dinosauri e, per estensione, ai mostri. Non mi è molto chiaro cosa mi abbia attratto in particolare a quell'età dei mostri giapponesi, ma il fatto è che, diversamente dalle altre creature e dai dinosauri che si vedevano nei film, erano più potenti, come delle specie di semidei immortali.
Ricordo alcune immagini di Mothra che vidi in tv quando avevo circa tre o quattro anni, insieme al primo film di Godzilla di cui abbia memoria, ovvero Il figlio di Godzilla, che pure ho visto in televisione, in prima o seconda elementare. Sempre in quel periodo ho visto al cinema sia King Kong: Il gigante della foresta, che il primo Gamera nella versione rimontata per il mercato americano.
Ma quello che ha avuto il maggior impatto su di me è stata la trasmissione televisiva, dal lunedì al venerdì, di Ultraman, che bombardava la mia giovane mente con dosi giornaliere di kaiju mania. Si può dire che ne sono diventato un po' ossessionato, e giornalmente vedevo anche le puntate di Astroboy, Tetsujin 28-Go, 8-Man, Superauto Mach 5 Go! Go! Go! eccetera. Ma è stato sicuramente Ultraman che mi ha traviato per la vita.

 

In quale momento la passione è diventata qualcosa di più? Che percorso hai seguito per iniziare a collaborare con radio, riviste, eventi, eccetera?

Dapprima ho iniziato a notare semplicemente le informazioni sbagliate che venivano pubblicate su libri o riviste, tipo le date, i titoli eccetera, e me le annotavo. La scoperta della seminale fanzine di Greg Shoemaker, The Japanese Fantasy Film Journal, che forniva eccellenti critiche dei film e informazioni su come venivano realizzati, ha fornito un perfetto compendio (e più avanti ho anche scritto per JFFJ).
Poco dopo, la ristampa di una breve biografia di Eiji Tsuburaya, con splendide foto dal dietro le quinte dei film, è comparsa nel numero 110 di Famous Monsters of Filmland, del Settembre 1974, e ha alimentato ancora di più la mia fascinazione per chi realizzava queste opere e per come lo faceva. Lì sono stati piantati i primi semi del mio libro.
Il quartiere Japantown di San Francisco, si è rivelato anche una proverbiale cornucopia per l'importazione di riviste, dischi, giocattoli, manga e quant'altro... e questo ha rappresentato la cosa più vicina al vivere in Giappone per un bambino come me, ossessionato dai kaiju. L'accesso ai libri giapponesi sul genere mi ha spinto a imparare la lingua. Tutto questo ha rappresentato un insieme di strumenti che mi hanno instradato sulla via che volevo seguire.
Il fatto che potessi fornire alcune informazioni sui film di Godzilla a Bob Wilkins, il presentatore dei film horror della principale televisione locale, mi ha poi portato ad apparire per la prima volta nel suo spettacolo “Creature Features” per parlare del genere – un'esperienza straordinaria.
Per qualche ragione, Bob mi ha preso sotto la sua ala, mi ha permesso di apparire in televisione senza che mi sentissi a disagio, parlando a un'utenza di oltre un milione di telespettatori, sia nel suo programma che in “Captain Cosmic” (dove venivano trasmessi programmi da mezz'ora come Ultraman e Star Blazers), e tutto questo è andato avanti per cinque anni, finché lui non ha lasciato la televisione. Prima ancora di avere il permesso legale per bere, ero già un'affermata personalità televisiva, insomma!
Bob inaugurò un Godzilla Fan Club, che affidò alle mie giovani mani, e così abbiamo organizzato una serie di eventi sul fantasy giapponese per gli appassionati, che poi hanno portato per breve tempo alla pubblicazione di una rivista sul genere, intitolata Markalite, e ad altri progetti.
Quindi, se da un lato devo la mia passione per le informazioni a Greg Shoemaker, è stato Bob Wilkins a darmi fiducia e a farmi parlare davanti alle telecamere e alla gente, cosa per cui non immaginavo di essere portato in così giovane età. Naturalmente anche mia madre ha rappresentato un grande supporto e ha incoraggiato i miei strani interessi.



Nel 2008 hai aperto il tuo blog The Good, the Bad and Godzilla, che è poi diventato una risorsa affidabile per ogni appassionato del kaiju eiga (anche su Fantaclassici lo usiamo spesso come fonte per le news). Com'è iniziata quest'avventura?

Il blog ha rappresentato il mio progetto in solitaria quando è venuto meno il sito che avevo messo insieme nei tardi anni Novanta, Henshin! Online - spin-off di Henshin!, la newsletter “fisica” che ha fatto da supplemento alla prematura chiusura della rivista Markalite.
Sebbene non sia aggiornato con la frequenza e l'intensità che aveva il sito, il blog mi è servito a divertirmi e a promuovere ciò che penso sia bello o interessante, e a tenere aggiornato il pubblico su quello che faccio. Sicuramente vorrei fosse aggiornato più spesso, ma in fondo sono anche su Facebook e Twitter... su Instagram e Pinterest.. non posso stare dietro a tutto. Sono una singola persona!
Allo stato attuale, dopo circa dieci anni, sto pensando di cambiare il formato e la destinazione del blog, ma non riesco mai a trovare il tempo per dedicarmici, a causa della vita personale e dei progetti professionali che conduco per altre aziende.

 

Veniamo quindi al tuo straordinario libro: Eiji Tsuburaya: Master of Monsters. Quando ti è venuta l'idea e come hai proceduto per realizzarlo? E come hai coinvolto tante persone importanti come giornalisti, critici, produttori e filmmaker con i loro contributi?

La scintilla è stata quell'uscita del 1974 di Famous Monsters. Durante il mio periodo in Giappone, mi sono trasferito a Tokyo nel 1985 e la mia missione è stata quella di incontrare più persone possibili tra quelle che avevano lavorato a questi film e alle serie televisive e così, per quanto ho potuto, ho visitato gli studio e da lì in poi ho coltivato numerosi contatti.
Grazie alla mia collaborazione con la Tsuburaya Productions, per cui ho lavorato ai materiali in lingua inglese per il loro ufficio di Los Angeles nei primi anni Novanta, ho potuto mantenere con loro un rapporto continuativo.
Quando l'idea del libro, che inizialmente doveva focalizzarsi sulle sole serie di Ultraman, è stato proposta loro nei tardi anni Novanta, i problemi fra la Tsuburaya Productions e una ben nota azienda tailandese si sono rivelati un ostacolo, anche se nella cosa era coinvolta la Chronicle Book di San Francisco. Quindi il progetto è stato congelato.
Alla fine, si è deciso che il modo migliore per procedere era realizzare una biografia sulla carriera del fondatore della Tsuburaya Productions, Eiji Tsuburaya, e da lì siamo ripartiti. Mi hanno dato circa dieci mesi per completare il manoscritto, in modo da poterlo pubblicare in tempo per la tabella prefissata.
La Tsuburaya Productions ci ha dato pieno supporto, ha fornito manodopera e materiali, oltre a un'ampia selezione di libri da usare come fonti, e la persona a capo del dipartimento internazionale dell'azienda ha coordinato il progetto. Così, tutti insieme, abbiamo portato a termine il compito.

 

Il ritratto di Eiji Tsuburaya che emerge dal tuo libro è quello di un uomo capace di unire l'esperienza di un veterano con l'entusiasmo di un giovane appassionato. Era ossessionato dal perfezionismo e dall'innovazione, ma anche aperto a sperimentare soluzioni mai adottate prima. Oggi, dopo tutto il lavoro che hai fatto, e le ricerche che hai condotto, qual è la tua idea personale di questo maestro del cinema?

Eiji Tsuburaya era un uomo poliedrico, un alchimista cinematografico che è riuscito a ricavare il tutto dal niente. In molta parte della sua carriera negli effetti visivi è stato obbligato a lavorare con materiali e attrezzature antiquate o al di sotto degli standard adeguati, per colpa delle ristrettezze o della scarsa lungimiranza degli studio, e quando non aveva ciò che gli serviva, lo costruiva o trovava un modo per comprarlo.
Inoltre aveva un occhio privilegiato per il talento e ha arruolato i migliori in assoluto sul campo per lavorare con lui. Tsuburaya era un uomo appassionato e brillante, ma anche umile, uno che non ha mai smesso di vedere il mondo con gli occhi di un bambino.

 

Il secondo capitolo del libro affronta gli anni della formazione per Tsuburaya e i sentimenti misti che ha provato: da un lato, mentre era sotto le armi, ha coronato il suo sogno di ottenere la licenza per il volo acrobatico, ma dall'altro ha poi visto il mondo precipitare nella guerra, e poi ha subìto l'occupazione americana, venendo considerato persona non grata. Quanto pensi questi due temi (il volo e la guerra) abbiano poi influito tematicamente sulla sua produzione futura?

Non era fiero di servire nell'esercito imperiale, e puoi vedere temi contrari alla guerra negli effetti speciali dei film che ha realizzato con Ishiro Honda, con cui pure condivideva una visione pacifista. Tsuburaya era troppo anziano per l'arruolamento forzato durante la Guerra del Pacifico, e aveva già una famiglia cui badare.
I bombardamenti incendiari degli Alleati su Tokyo li hanno interessati, e così sono stati costretti a trasferirsi di continuo nei rifugi antiaerei per tutta la durata della campagna militare, in modo da proteggersi dal fuoco. Tsuburaya ha trasfigurato tutto questo in storie di mostri per i suoi figli, invece di attribuirlo agli uomini che lanciavano le bombe.
Vivere avvenimenti così influenza naturalmente il lavoro di un artista, e possiamo vederlo, in modo particolarmente drammatico, nelle terribili scene di annichilimento nucleare del film L'ultima guerra (del 1960).
Naturalmente, da un versante più lieve, oltre al cinema, l'aviazione e gli aeroplani hanno rappresentato le passioni più grandi di Tsuburaya, sin dall'infanzia e lo si può capire vedendo i suoi film e le sue serie televisive. Sfortunatamente, negli ultimi anni della sua vita aveva coltivato un grosso progetto che glorificasse i primi tempi dell'aviazione e degli aviatori giapponesi, ma non è riuscito a realizzarlo.

 

Tsuburaya è anche una figura chiave per lo sviluppo dei formati televisivi legati al fantastico, grazie alla creazione di serie come Ultra Q e Ultraman, che hai citato. Qui in Italia molte delle sue produzioni televisive sono rimaste purtroppo inedite: puoi aiutare i nostri lettori a capire meglio quanto sia stato dirompente il suo apporto in questo campo?

Per i dettagli credo sia meglio leggere il mio libro! In sintesi, Ultra Q e Ultraman, che hanno debuttato entrambe nel 1966, hanno generato un'enorme mania per i kaiju nella cultura pop, tanto da spingere i media giapponesi a denominare quest'incredibile fenomeno “Il Boom dei Mostri”.
Il livello tecnico e produttivo di queste serie era senza precedenti, ed è stato portato avanti da giovani cineasti con stili di ripresa innovativi, una fotografia evocativa e un montaggio serrato, al di fuori degli standard televisivi. Hanno rappresentato qualcosa di genuinamente eccitante e permesso lo sviluppo del mezzo per l'epoca.
Inoltre, la popolarità di queste due serie ha creato un'onda d'urto di programmi settimanali con mostri e supereroi sulla televisione giapponese per l'intera ultima metà del secolo. L'impatto di Ultra Q e Ultraman non potrà mai essere sovrastimato.

 

Nel quinto capitolo è presente un'immagine del poster italiano di Matango il mostro, e la didascalia spiega che la campagna pubblicitaria “prova a mascherare l'origine giapponese del film”. Mi ha stupito questa considerazione, poiché Matango è, al contrario, uno dei pochi casi in cui questo non è avvenuto, e i crediti riportano i corretti nomi giapponesi. Sei consapevole delle strategie attuate dai distributori italiani dove, al contrario, spesso nei titoli era inserito arbitrariamente il nome di King Kong, o a volte i nomi erano cambiati con pseudonimi inglesi?

Sì, ne sono consapevole, ma sfortunatamente non ho avuto il pieno controllo delle immagini incluse nel libro (neppure su quelle fornite da me), né sulle didascalie collegate. È stato un lavoro di cui si è occupato lo staff editoriale e altre persone coinvolte nel libro. Quindi, chiedo scusa ai lettori italiani!
Una cosa interessante è che, per molti anni, sono stato corrispondente con gli amici italiani Riccardo Esposito e Max Della Mora.



Quali sono, secondo te, gli aspetti peculiari del lavoro di Tsuburaya, che sono rimasti rilevanti nel corso degli anni? Cosa la sua lezione può insegnare oggi al pubblico e ai filmmaker del cinema fantasy?

La sua immaginazione straordinariamente pura e il suo fantastico sense of wonder sono gli aspetti più forti che possiamo notare nei suoi lavori. Si può anche percepire, attraverso la messinscena di questi incredibili effetti speciali realizzati sul set, come fossero mirati direttamente a colpire il pubblico nel cuore e nell'anima. Forse oggi siamo afflitti da troppo cinismo, e abbiamo invece bisogno di catturare nuovamente quell'immaginazione così pura per vedere il mondo con gli occhi di un bambino.

 

Siamo arrivati alla fine e la domanda ci sembra inevitabile: Come fan e esperto, cosa pensi dell'attuale revival di Godzilla, con una nuova carriera a Hollywood e gli annunciati progetti animati? E qual è il segreto che lo ha mantenuto rilevante per oltre sessant'anni?

È la qualità divina dei mostri giapponesi a restare unica. A prescindere dalla forma, e anche da quanto nel tempo sia cambiata rispetto ai film originali, lo spirito di queste creature divine continua a catturare l'immaginazione del pubblico. La relativa qualità di questi progetti più recenti, in sé, sembra quasi superflua al confronto. Ma rimane il fatto che, anche dopo tutti questi anni, Godzilla vive!

 

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ENGLISH VERSION

 

Welcome to Fantaclassici, August! First off, can you tell us what was your introduction to Godzilla, and what got you interested in Kaiju Eiga?

Thank you for the opportunity! That all started in early childhood, as most boys are interested in dinosaurs, and by extension, monsters. What attracted me specifically to Japanese monsters at that age is unclear, but unlike the average monster or dinosaur in the movies, they were more powerful, like some immortal demigods.
I recall images of Mothra on television around the age of three or four, with the first Godzilla film I have memories of seeing was Son of Godzilla, also on television, in first or second grade. Around that same time, I saw both King Kong Escapes and Gamera the Invicible in theaters.
But, the biggest impact on me was Monday through Friday broadcasts of Ultraman, which bombarded my young mind with daily doses of kaiju mania. You could say that I became a bit obsessed, and while we also watched episodes of Astro-Boy, Gigantor, 8-Man, Speed Racer, etc. every weekday, but it was Ultraman ruined me for life.

When did your love of these things become something more? What was the path you followed when you began collaborating with radio, magazines, events etc.?

First, it was noticing simple, incorrect information published in magazines and books, such as dates, titles, etc., and noting them down. Discovering Greg Shoemaker’s seminal fanzine, The Japanese Fantasy Film Journal, which excelled in actual criticism of the films and how they were made, compounded this (and I later wrote for JFFJ as well).
Shortly before this, a reprint of a short biography on Eiji Tsuburaya, with amazing behind the scenes photos, ran in issue #110 of Famous Monsters of Filmland (September 1974), pushed me further towards my fascination of who made these films and how they made them. Planting the early seeds for my book.
San Francisco’s Japantown neighborhood, was a proverbial cornucopia of imported publications, records, toys, manga, etc., which was the next best thing to living in Japan for a kaiju obsessed child. Access to Japanese books on the genre compelled me to learn the language on my own. All of these were tools that started me down the road.
Providing some current information on Godzilla films to the horror movie host of our biggest local television station, Bob Wilkins, led to my first appearance on his “Creature Features” show to talk about the genre – it was an amazing experience.
For some reason, Bob took me under his wing, made me feel comfortable talking on television to an audience that reached over a million viewers, on both of his programs, and “Captain Cosmic” (which aired half-hour programs such as Ultraman and Star Blazers), for about five years until he left television. Before I was legally able to drink, I was already a seasoned television personality!
Bob launched a Godzilla Fan Club, which he put my young hands in charge of, and we staged a few Japanese fantasy fan events, which eventually lead to publishing a short-lived magazine devoted to the genre, entitled Markalite, and then other projects.
While my passion for factual information came from Greg Shoemaker, it was Bob Wilkins who gave me the confidence to speak in front of cameras and groups of people, something I was not keen on when I was younger. Of course, my Mother encouraged these strange interests of mine and also was a big influence to me.

 

In 2008 you started your blog The Good, the Bad and Godzilla, which has become a reliable resource for all passionate fans of kaiju eiga (even on Fantaclassici we often use it as a source for our news). How did this adventure begin, and what are the greatest goals you achieved with this site?

The blog was my solo project when the website I had put together in the late 1990s, Henshin! Online (a spinoff of the physical Henshin! Newsletter, which supplemented the abrupt end of Markalite magazine).
While not as intensive or as frequently updated as the website was, the blog was just something to have fun with and to promote things I think are fun or interesting, and to keep people apprised of what I’m up to. It’s certainly not as frequently updated as Id like it to be, but I have Facebook and Twitter account as well… Instagram, Pinterest… I can’t keep up. I’m only one man!
Currently, after almost ten years, I’m thinking of changing the format and direction, but never seem to have enough time to devote to the blog, because of life and professional projects for other companies.

 

Let’s talk now about your amazing book: Eiji Tsuburaya: Master of Monsters. When did you get the idea, and how did you proceed to make it through? How did you involve such important people like journalists, critics, producers, and filmmakers with their contributions?

The spark was that 1974 issue of Famous Monsters. During my stint in Japan, moving to Tokyo in 1985, my mission was to meet as many people who worked on these films and televisions shows as I could, visited studios, and thereby cultivated numerous contacts.
Through my association with Tsuburaya Productions, working on English language materials for their Los Angeles office in the early 1990s, I developed an ongoing relationship.
When the subject of a book, focusing on the Ultraman series, was originally proposed to them in the late 1990s, the problems between Tsuburaya Productions and a notorious company in Thailand became a stumbling block, even though San Francisco based Chronicle Books was onboard. We went into standby mode.
Eventually, it was determined that the best course was to pursue a career biography of Tsuburaya Productions’ founder, Eiji Tsuburaya, and off we went. I was only given about ten months to complete the manuscript, to make it in time for the publishing schedule.
Tsuburaya Productions gave us their full support, provided manpower and materials, in addition to my extensive library of Japanese reference books, with the man in charge of Tsuburaya Productions’ international department coordinating the project, and we all pulled everything together.

 

The portrait of Eiji Tsuburaya that emerges from your book is that of a man able to unite the experience of a veteran with the enthusiasm of a young passionate. He was obsessed with perfectionism and innovation, but was also opened to experiment solutions that had never been adopted before. Today, after all the work you have done, and the researches you have made, what is your personal idea of this master of cinema?

Eiji Tsuburaya was a Renaissance man, a cinematic alchemist who had to make everything out of nothing. Throughout much of his visual effects career, he was forced to work with antiquated or substandard materials or equipment, because studios were shortsighted or tightfisted, and when something he needed didn't exist, he built it or found ways to buy it.
He also had a keen eye for talent and picked the best of the best to work for him. Tsuburaya was passionate and brilliant, but humble, man who never let go of being able to see the world through the eyes of a child.

 

The second chapter of the book deals with the age of Tsuburaya’s training, and the mixed feelings he experienced: on one side, while he was spending his time in the military, he achieved his dream of receiving a master’s certification in acrobatic flying, but, on the other hand, he saw the world falling into war, and, afterwards, he suffered the military occupation from the U.S. Army, who considered him persona non grata. How much do you think these two themes (flying and war) have influenced thematically his work later on?

He wasn't keen on being drafted into the imperial military, and you can see antiwar themes in the special effects films that he created with Ishiro Honda, who also shared his pacifist views. Tsuburaya was too old to be conscripted during the Pacific War, and was raising a family of his own.
The Allied firebombing raids of Tokyo affected them, as they sat out the long strategic campaign, by continual stints in air raid shelters to protect them from the firestorms. Tsuburaya made up stories of monsters for his children, instead of attributing them to the men dropping the bombs.
Living through something like that is obviously going to inform your work, and we see it, most dramatically, in those chilling scenes of nuclear annihilation in The Last War (1960).
Of course, on a happier note, besides filmmaking, aviation and airplanes were Tsuburaya’s greatest passion, one that started early in his childhood, and which you can see in his movies and television shows. Unfortunately, a major pet project of his in his later years, glorifying the early days of Japanese aviation and aviators, was never realized.

 

Tsuburaya is also a key figure in the development of fantasy in television formats, thanks to his series Ultra Q and Ultraman, which you mentioned before. In Italy, many of his television productions have never been imported. Can you help our followers understand how much his efforts have represented a breakthrough in this field?

I think they'll need to read my book for such details! In short, Ultra Q and Ultraman, both broadcast in 1966, launched a huge pop cultural craze for kaiju, causing the Japanese media to dub this incredible phenomenon, “The Monster Boom.”
The production techniques for these shows were unprecedented, and helmed by young filmmakers who brought innovative camera work, evocative lightning, staccato editing, that was outside of the box. These were genuinely exciting and pushed the envelop at the time.
Thus, the popularity of these two shows created shockwave of weekly superheroes and monsters programs on Japanese television for the last half century. The impact of Ultra Q and Ultraman can never be overstated.



In the Fifth Chapter, there’s a still of the Italian poster for Matango, and the caption says that the advertisement “attempts to hide the film’s Japanese origins”. This consideration surprised me, because, on the contrary, Matango is one of the few cases in which this has not happened: the credits correctly show the names of the original Japanese cast and crewmembers. Are you aware of the strategies of Italian distributors, who often used to stick the King Kong title onto the titles at their disposal, or even changed the Japanese names with American aliases?

Yes, I’m familiar, but unfortunately, I did not have 100% control over the images included (even those I contributed), nor their corresponding captions. Those were relegated to the editorial staff and other hands involved in the book. So, my apologies to the Italian people!
Interestingly, for many years, I was pen pals with my Italian counterparts, Riccardo Esposito and Max Della Mora.

 

What are, in your opinion, the peculiar aspects of Tsuburaya’s work, which have remained relevant through the years? What can his lesson teach to modern Fantasy cinema audiences and filmmakers?

His amazing pure imagination and his fantastic Sense of Wonder are two strongest suits that can be seen in his work. One can also feel them, through his staging of these amazing in camera practical effects, which appeals directly to the audiences’ heart and soul. Perhaps we are too cynical today, but we need to recapture that pure imagination and see the world through a child’s eyes.

 

We are at the end of this interview, with an unavoidable question: As a fan and an expert, what do you think of the actual revival of Godzilla, with a new Hollywood career and the announced animated projects? What is the secret that kept the character culturally relevant throughout these 60 years?

It’s that godlike quality of the Japanese monster that is unique. Despite the form, and no matter ho much it diverges from the original films, the spirit of these divine creatures continues to capture the imagination of audiences. The relative quality of these newer projects, themselves, seems almost superfluous in comparison. The fact remains, that even after all these years, Godzilla lives!