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Maurizio Rosenzweig su Astromostri


 
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L'uscita del fumetto Astromostri nelle edicole italiane è stata accolta con molto favore e interesse dagli addetti ai lavori, e naturalmente anche noi proseguiamo nella ricognizione con ulteriori approfondimenti.

Dopo l'intervista allo sceneggiatore Antonio Serra, e in attesa della recensione vera e proprio dell'albo, che troverete sul sito fra qualche giorno, abbiamo quindi intervistato il disegnatore Maurizio Rosenzweig, autore delle bellissime tavole.

Maurizio nasce a Milano nel 1970 e pubblica fumetti da quando aveva 14 anni: un autentico veterano, che ha potuto collaborare negli anni con realtà importanti quali Phoenix, Mondadori, Star Comics, De Agostini (solo per citarne alcune) e naturalmente la Sergio Bonelli Editore, in particolare per il fumetto Dampyr. Ci fa quindi molto piacere poter ospitare su Fantaclassici un altro testimone così autorevole dei molteplici intrecci fra l'universo di Godzilla e i fumetti.

Buona lettura!

 

Ciao Maurizio e benvenuto su Fantaclassici. Inizierei la chiacchierata partendo da alcuni spunti emersi durante l'intervista con Antonio Serra. Ad esempio il disegno di Godzilla morto tra i palazzi da cui è partita la storia. Mi incuriosiva capire il perché di un simile soggetto: siamo abituati a vedere sempre Godzilla ritratto in modo regale e invincibile, invece tu lo hai raffigurato sconfitto, come mai?

In realtà non avevo mai razionalizzato questa cosa, ma il disegno nasce dalla mia opinione che tutti i film di genere che vediamo adesso nelle sale in realtà non raccontino nulla – anche film come Pacific Rim, che è molto bello visivamente, ma non si sofferma troppo sulla storia o i personaggi. Si tende più a evocare che raccontare: l'immagine di Godzilla morto è così simbolica, vuole rappresentare la morte di un modo meraviglioso di raccontare i mostri. Il colpevole, per come la vedo io, è l'eccessiva ossessione per il “realismo” come unica chiave di lettura per visualizzare queste storie e questi mondi. Anche nel Godzilla del 2014 si sono sentiti in dovere di raccontare chi è il mostro, da dove viene... ma perché? È un mostro radioattivo e tanto basta!



(il disegno originale, dal profilo Facebook di Maurizio Rosenzweig)

Di Shin Godzilla invece cosa pensi? Lì secondo me sono riusciti a usare il realismo in modo convincente.

Purtroppo non l'ho ancora visto, e non vedo l'ora di poterlo fare. Penso che saremo d'accordo, in fondo i giapponesi hanno voluto riprendersi il loro mostro e magari saranno riusciti a fare qualcosa di diverso rispetto alla tendenza. Voglio però precisare che, al di là della critica più generale sul metodo, il Godzilla del 2014 mi è comunque piaciuto moltissimo.

 

Antonio Serra che reazione ha avuto davanti al disegno di Godzilla morto?

Inizialmente lo voleva comprare, quindi direi che l'ha presa bene. La cosa curiosa è che io immaginavo che, in seguito alla morte di Godzilla, dovesse esserci il suo sangue sulle strade, ma Antonio mi ha contestato questo aspetto perché dalla tuta gommata non può uscire sangue. Lì ho capito che lui vedeva morto non Godzilla, ma il figurante che lo anima. Da quel momento in avanti abbiamo iniziato a costruire la storia di Astromostri, immaginando che si trattasse di un incidente sul set e poi tutto quello che potete leggere nell'albo.

 

Quindi la storia nasce da un vostro continuo scambio di opinioni? Pensavo che a un certo punto Antonio fosse andato avanti e ti avesse poi presentato la sceneggiatura (tutta o in parte, visto che il metodo Bonelli a volte porta gli scrittori a consegnare lo scrip “a tappe” ai disegnatori).

No, fin dall'inizio abbiamo deciso di adottare un metodo “alla Stan Lee e Jack Kirby”: lui usciva dal lavoro e io lo raggiungevo a casa, dove gli mostravo alcune scene che avevo disegnato e lui aggiungeva dei dialoghi, fornendomi ulteriori spunti per proseguire. Quindi abbiamo lavorato assieme, naturalmente rivedendo i passaggi in modo da dare coerenza al tutto, a volte Antonio mi contestava dei passaggi, ma poi trovava il modo di riprendere il filo. Visto che hai citato il metodo Bonelli, posso dirti che in redazione erano abbastanza agitati per questo nostro approccio estemporaneo, li abbiamo fatti penare un po', ma alla fine penso ne sia valsa la pena.

 

Raccontami come hai gestito l'imponente lavoro di documentazione presente nella storia.

Per prima cosa abbiamo passato un po' di serate a rivedere i vecchi film e a cercare di capire dove fossero ambientati: quindi le vie o le vedute cittadine più interessanti per restituire l'atmosfera dell'epoca. Per noi era importante mostrare Tokyo in trasformazione dopo la guerra, anche per l'aiuto fornito dagli americani: per questo in alcune vignette puoi vedere i cantieri, magari è un'informazione che non passa subito, ma qualcosa viene comunque accennata nello spiegone finale. Antonio in particolare mi ha poi fatto vedere All Monsters Attack, da cui ho ripreso in modo specifico alcune ambientazioni, come la casa-laboratorio di John. Il tutto è stato poi integrato con ricerche specifiche, attraverso i motori di ricerca giapponesi, per studiare il design delle auto e delle macchine da presa dell'epoca.

 

Quanto tempo ha richiesto la lavorazione?

Ci sono voluti ben due anni, anche perché nel frattempo portavo avanti altri lavori, ho disegnato Dampyr ed è pure nato mio figlio. Ci ho lavorato come a uno dei miei libri, ho rifatto tantissime pagine di testa mia, a volte Antonio mi ha anche fatto ridisegnare dei passaggi perché non avevo capito bene (ad esempio nella scena della rissa non avevo inteso che gli avversari fossero alieni e quindi ho dovuto rifare tutto).



(autoritratto di Maurizio Rosenzweig, da notare il Godzilla stilizzato sulla nuca)

Come hai fatto a trovare il giusto bilanciamento fra il realismo portato dalla componente documentaristica e la cifra più onirica della storia?

La componente onirica deriva dal mio modo di raccontare, come risulta evidente dai miei libri, in cui lavoro – se mi passi il paragone – con un metodo “felliniano”. La parte più concreta viene invece da Antonio: quindi da un lato io arginavo la sua concretezza nello scrivere, e dall'altro lui riusciva a controllare la mia parte più onirica, creando il giusto equilibrio.

 

Quindi è stato un felice incontro! Peraltro Antonio nell'intervista ha lodato in maniera particolare il tuo stile così poetico e in grado di esaltare la componente fantastica della storia.

Sì, volevamo lavorare insieme da tempo, perché a lui erano piaciuti molto alcuni miei lavori come Zigo Stella. Ci siamo così incontrati su un terreno, quello dei film di kaiju, che era confacente a me per lo stile e poteva anche ospitare lui e la sua capacità analitica di quel periodo e quel cinema. Antonio sa tutto di quei film, io no, li vedo, sogno e non ricordo i registi o l'anno di produzione. Il mio, insomma, è un approccio più astratto.

 

Anch'io da lettore noto questa qualità: in alcuni punti i mostri mi sembrano i pupazzi che devono essere, in altri invece delle creature vere, si crea un amalgama fra realismo e fantasia molto naturale.

Mi fa molto piacere questa considerazione perché per me i mostri sono molto veri. Quando ho disegnato Ghidorah, ad esempio, non avevo messo i fili che lo sorreggono sul set e me lo ha fatto notare la mia compagna. Per me lui era già a posto così!

 

A livello di scrittura, Antonio ha prediletto un approccio in grado di esaltare la componente visiva abbattendo la griglia tradizionale, con splash-page e poche vignette per tavola: questo approccio ti si è rivelato utile o avresti preferito quello bonelliano più canonico?

È stata una situazione ideale: ho potuto usare doppie tavole, o restringere le vignette in alcuni momenti, lasciando grandi spazi bianchi (scelte che nell'approccio tradizionale bonelliano significherebbero normalmente pagine “non finite”). Questo aspetto lo dobbiamo anche a Gianmaria Contro, che è il curatore della collana Le Storie: quando siamo andati a parlare con lui, infatti, mi ha detto che voleva “una cosa alla Rosenzweig”, ma senza dimenticare che comunque era un lavoro Bonelli. Mi ha espressamente detto che potevo divertirmi, e così è stato.

 

Una curiosità: sei tu nella vignetta finale con il bambino in braccio? Come mai questo cameo?

Sì, sono io, era nato da poco mio figlio e il disegno nasce dal bel rapporto che ho subito instaurato con lui, mi piaceva lasciargli qualcosa che potesse appendere in camera con cui crescere. Poi è il momento più bello della storia, in cui cadono le barriere fra il confine realistico e quello onirico: così rappresentava anche un po' il cambiamento nella mia vita, quando sono passato dal vivere da solo al crescere un bambino. Quindi ho unito la meraviglia di questa nuova vita e la paura che starle dietro naturalmente suscita.



(scrivania di Maurizio Rosenzweig con Godzilla, dal profilo Facebook)

Ho letto che si parla di una possibile edizione da libreria con 30 pagine in più, mi puoi anticipare qualcosa?

Sì, se ne è parlato in Bonelli, dopo Lucca Comics ci riuniremo con il direttore editoriale Michele Masiero per vedere se il progetto si concretizzerà. Le pagine in più hanno innanzitutto una finalità editoriale: il libro deve avere più di 110 pagine per andare in libreria. Io e Antonio andiamo a nozze con questo aspetto perché ci darà la possibilità di espandere ancora questo universo. L'idea sarebbe quindi di affiancare ad Astromostri una breve storia inedita collegata. Potrebbe essere uno spin-off con alcuni aspetti che non siamo riusciti a inserire nella vicenda principale, oppure un prequel sul protagonista, lo stiamo ancora definendo. D'altra parte siamo ancora nel campo delle ipotesi.

 

La domanda finale è di rito: come hai conosciuto Godzilla e quale è stato il tuo rapporto nel tempo con la sua saga?

L'ho conosciuto ai tempi delle scuole elementari, avrò avuto 7-8 anni, quando su Telereporter (un'emittente privata lombarda) programmavano i suoi film il pomeriggio. Ricordo che non riuscivo a fare i compiti perché ero distratto dai suoni, dai ruggiti dei mostri: infatti c'era mia madre che li vedeva perché li trovava molto divertenti. Così mi sedevo accanto a lei e li vedevo anch'io. Poi li ho dimenticati per anni finché non è uscito il film di Roland Emmerich (che non è Godzilla!) e mi ha fatto venire voglia di recuperarli. Poi ho sempre avuto un pupazzetto di Godzilla che mi aveva portato mio padre da un viaggio di lavoro in Giappone: mi riferisco a un'epoca in cui andare in Oriente costava tantissimo! Ho ancora questo giocattolo, un po' mangiato dalla polvere, e l'ho sempre venerato perché, da appassionato di dinosauri, Godzilla mi appariva come un T-Rex, ma con un'aria così autorevole da farmelo ritenere superiore ai rettili preistorici veri. Un vero Re dei mostri!