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Antonio Serra racconta Astromostri!


 
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È da ieri nelle edicole di tutta Italia Astromostri, numero 61 della collana a fumetti Le Storie, prodotta dalla Sergio Bonelli Editore e incentrata su racconti autoconclusivi. L'avventura di questo mese ci è particolarmente cara, come è facile intuire dal titolo e dalla bellissima cover di Aldo Di Gennaro che potete ammirare qui sotto:



I motivi che hanno spinto il colosso del fumetto italiano a recuperare le atmosfere del kaiju eiga sono presto spiegati con la firma dello sceneggiatore Antonio Serra che, come ormai sappiamo, oltre a essere il creatore di Nathan Never è anche un grande appassionato di Godzilla e dei mostri giapponesi, e in quest'opera riversa così il suo amore per un genere e un'epoca.

Un assaggio delle atmosfere è già presente nella sinossi, pubblicata sul sito della Sergio Bonelli Editore:

Tokyo 1965. John è nato in America, ma - alla fine della Seconda Guerra Mondiale - ha scelto il Giappone come nuova patria. Lavora per il cinema e coltiva la sua passione per la fantascienza. Mostri, alieni, principesse marziane e dischi volanti... un mondo immaginario che, come scoprirà, può diventare reale da un momento all'altro!


La storia può contare, oltre che sulla firma dell'esperto Serra, anche sui magnifici disegni di Maurizio Rosenzweig: qui di seguito riportiamo una tavola, ma potete vederne altre nella gallery presente sempre sul sito della Bonelli:

In occasione dell'uscita dell'albo, Antonio Serra ha rilasciato al sito bonelliano un'appassionata dichiarazione. Considerato l'argomento, però, non potevamo esimerci dal discuterne più approfonditamente con lui, per fornire ai nostri lettori un contributo esclusivo che entrasse maggiormente in profondità nelle scelte e negli elementi fantaclassici presenti nel racconto. La chiacchierata, che riportiamo di seguito, non presenta spoiler di sorta ed è propedeutica alla lettura dell'albo.

 

Benvenuto Antonio, è un piacere ritrovarti su Fantaclassici! Raccontaci com'è nata la storia di Astromostri.

La storia nasce da un disegno che aveva realizzato Maurizio Rosenzweig, dove si rappresentava Godzilla morto nel mezzo di una città distrutta. Sono partito da quello spunto per costruire una storia del tutto diversa, che non è “di fantascienza” o “di mostri”, ma che vuole trasmettere la passione per quel genere e quelle creature.

Senza svelare troppo, ci vuoi fornire qualche piccolo retroscena sulla trama?

Sì, il protagonista è un ex pilota americano che alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ancora giovanissimo, decide di non rientrare in patria ma di rimanere in Giappone per seguire la sua passione per la fantascienza (lo vediamo possedere una collezione di riviste anche di 10/15 anni prima come Amazing Stories). Questo dato si basa sul fatto che, durante la Guerra, i militari americani, e soprattutto i piloti, erano impiegati per brevi periodi e spesso erano molto giovani, potevano avere all'incirca 18/19 anni.
Lo ritroviamo poi negli anni Sessanta, in un Giappone nel pieno del boom economico, dove è diventato un fabbricante di giocattoli: per la caratterizzazione mi sono rifatto al personaggio interpretato da Eisei Amamoto in All Monsters Attack, trasformandolo in un occidentale. Così costruisce e ripara giocattoli di latta, astronavi e pupazzi con suoni e luci e sbarca il lunario anche fornendo il suo talento d'artigiano all'industria cinematografica degli effetti speciali, lavorando sui set dei film di mostri per la costruzione dei modellini. Un dettaglio forse impossibile nella realtà, considerando la ferrea burocrazia giapponese, ma utile al racconto. Viene così chiamato sul set de L'invasione degli astromostri, dove, durante le riprese, succede qualcosa che lo porta a vivere un'avventura dai risvolti inquietanti e misteriosi. Il resto lo lascio scoprire al lettore.

Come vi siete documentati per il racconto?

Dobbiamo precisare una cosa: la storia è autonoma e i rimandi a Godzilla sono pensati, appunto, come omaggi, non è una storia “di” Godzilla o con lui protagonista. Anche i riferimenti non sono diretti, non abbiamo usato i nomi reali degli artisti che lavoravano al film, e i mostri sono riconoscibili, ma con delle differenze: gli appassionati potranno così divertirsi a scoprirli e riconoscerli. Il lavoro di documentazione, invece, è autentico ed è servito a ricostruire visivamente il Giappone di quegli anni, anche riprendendo direttamente le inquadrature di opere come appunto All Monsters Attack: quel film è ideale per le scene iniziali, dove si mostra un ambiente urbano molto vivido. A questo abbiamo accompagnato una ricerca iconografica per capire come erano certi oggetti d'epoca e gli appassionati, al di là dei mostri, si divertiranno a riconoscere tanti dettagli ed elementi di contorno storicamente accurati.

Ci vuoi fare qualche esempio più specifico?

Fra i personaggi che si possono riconoscere c'è un “signor direttore degli effetti speciali” (ho preferito tradurre “director” con “direttore” anziché “regista”, che mi sembrava più in linea con la figura) che è chiaramente Eiji Tsuburaya, l'unico pazzo furioso che fuma continuamente sul set, che poi era una delle sue caratteristiche reali!

Che tipo di narrazione ci dobbiamo aspettare?

In generale la storia è “a strati”, ho inserito le mie grandi passioni e ho naturalmente riversato tutta la documentazione accumulata nel corso dei miei anni da collezionista, ma cercando di esemplificare il tutto per non dare vita a un'opera pedante o didascalica. L'intento è raccontare un'emozione che è doppia: innanzitutto quella del protagonista, che deve confrontarsi con le sue passioni in rapporto alla realtà. Le sue passioni lo limitano e quando la realtà irrompe nella sua vita deve farci i conti. E poi c'è l'emotività del racconto, legata al modo in cui io vivo le mie passioni per il cinema e la letteratura di fantascienza. Il tutto sperando di essere lieve, ma lasciando comunque dei segni nella memoria del lettore. In questo modo credo e spero che il lettore appassionato, quando leggerà la storia, vi ritroverà gli elementi che conosce e che ama, mentre il neofita potrà comunque gustarla di per sé.

Come hai lavorato per ottenere questo equilibrio?

Sono sempre molto critico nei confronti del mio lavoro, ma ero consapevole dei rischi: parliamo in fondo di argomenti che sono ormai considerati “vecchi” e quindi un lettore più giovane potrebbe trovarli noiosi o incomprensibili. Anche magari se pensiamo a un lettore appassionato di fantascienza, ma per cui il genere inizia con La minaccia fantasma, per ragioni anagrafiche. Per questo ho cercato di esemplificare la rappresentazione della realtà, che è fedele ma non ingombrante. Allo stesso tempo, il rischio opposto che si può creare è che qualcuno trovi la storia troppo leggera e priva di sostanza. Mi sono fatto carico di tutto questo, operando le mie scelte: è una sfida che posso perdere, ma nel caso lo avrò fatto volentieri.

Dal versante stilistico, invece?

Questa storia è realizzata seguendo una serie di criteri che mi sono imposto di recente nel mio modo di scrivere, anche in testate come Nathan Never. Quindi non più le canoniche sei vignette bonelliane per pagina, ciascuna con un dialogo, ma preferibilmente tre vignette di cui solo metà con il dialogo. Questa scelta di dare più forza all'impianto visivo per rendere il racconto più fluido, mi limita sul numero di informazioni che posso trasmettere. Perciò ho preferito una storia meno densa, ma più intrigante, anche per un lettore che non conosce l'argomento. Poi magari – e sarebbe il mio desiderio più grande, da appassionato – tutto questo farà venire voglia di scoprire un universo che stiamo rapidamente dimenticando e che qualcuno oggi trova addirittura “brutto”. Purtroppo, e me ne rendo conto quando ho a che fare con ragazzi più giovani, manca la prospettiva storica e se si vede un film del passato lo si ritiene addirittura “girato male”, perché lo si paragona con le tecniche di oggi. Lo scopo della mia storia, all'interno di una collana che si chiama Le Storie, è proprio quello di far percepire la Storia: per quello partiamo dalla Seconda Guerra Mondiale e attraversiamo lo sviluppo del Giappone. Si innesca insomma un meccanismo che fa capire che il tempo passa e la vita è un'evoluzione delle cose. Il tutto presentato in maniera molto semplice, quasi come in una fiaba.

Visto che hai citato l'impianto visivo, parlami anche del lavoro svolto insieme a Maurizio Rosenzweig con i suoi disegni.

Maurizio ha fatto un lavoro veramente pazzesco ed è stato fondamentale per filtrare l'iconografia del tempo attraverso il suo sguardo d'artista. Il suo stile di disegno non è realista, rielabora la realtà in modo molto personale e questo ci è servito per esaltare l'aspetto fiabesco della storia. Con lui abbiamo inoltre lavorato per inserire una marea di dettagli ma in modo che nulla fosse superfluo rispetto all'economia del racconto: abbiamo insomma evitato di crogiolarci nella rappresentazione di quel mondo.

L'invasione degli astromostri è sicuramente un film molto particolare all'interno della saga di Godzilla, è il primo in cui il Giappone si rappresenta come una superpotenza che può permettersi di viaggiare nello spazio al fianco degli Stati Uniti, trattando da pari a pari con gli alieni in rappresentanza del mondo. Sono stati questi gli elementi che ti hanno portato a sceglierlo come set del racconto o c'è dell'altro?

C'è innanzitutto una motivazione personale: il mio primo ricordo di Godzilla è legato alla visione del trailer de L'invasione degli astromostri quando ero molto piccolo. Mi colpì subito il titolo molto evocativo e fui terrorizzato da King Ghidorah, ovviamente. Quegli aspetti che citi sono stati pure fondamentali e inseriti nel racconto, i lettori se ne accorgeranno (anche in questo caso non voglio rivelare troppo). Il mio primo film di Godzilla, insomma, è stato anche quello in cui sono presenti elementi così importanti come i viaggi nello spazio: una coincidenza davvero fortunata!